Quando le notizie non sono buone: le Raccomandazioni per una corretta comunicazione al paziente oncologico

21 Dicembre 2023

Sappiamo come un medico, nei confronti di un paziente oncologico, si possa a volte trovare di fronte alla complessità di approcciare la comunicazione delle cosiddette “cattive notizie”, ossia di quella tipologia di informazioni in grado di “incidere negativamente e gravemente sulla visione di un individuo riguardo al proprio futuro” (1).

Nell’approfondimento “Come comunicare le cattive notizie al paziente oncologico”, abbiamo visto come, in tali casi, esistano alcuni appositi protocolli nati per orientare il medico e gli operatori sanitari in questo difficile compito. Uno tra i più noti e accreditati è il protocollo SPIKES (2), ma ve ne sono molti altri.
Ed è proprio dall’esame delle diverse linee guida e dei suddetti protocolli (3) sulla comunicazione delle cattive notizie che emergono alcune raccomandazioni di base molto utili per metterne in pratica le indicazioni nel concreto delle attività clinico-sanitarie quotidiane.

Di seguito, si riportano alcune di queste raccomandazioni di base per i medici e i professionisti sociosanitari per come indicate dagli esperti e studiosi di psicologia clinica e psiconcologia (4):

a) Essere motivati
1. I professionisti sociosanitari devono possedere le competenze (conoscenze, abilità tecniche e strategie) necessarie per condurre un buon processo comunicativo;

2. Anche se è un compito difficile e delicato, i professionisti hanno il dovere di comunicare le cattive notizie tenendo conto dei bisogni e delle capacità dei pazienti e non sulla base delle richieste dei familiari o dei propri convincimenti;

3. La comunicazione di cattive notizie è un processo dinamico, non una meta. Le persone hanno differenti modi di affrontare la loro malattia e di adattarsi ad essa. Ogni persona ha bisogno di un “suo” tempo per passare dalla percezione di sé come individuo sano alla consapevolezza di avere una malattia che minaccia la vita. Pertanto, le informazioni che non è in grado di tollerare al primo incontro possono essere rimandate a momenti successivi.
 
b) Prepararsi
4. Assicurarsi che il colloquio si svolga in un ambiente riservato e tranquillo, prendendo i dovuti accorgimenti per non essere interrotti e disturbati da telefonate, passaggi di persone, ecc.

Una cattiva notizia non andrebbe mai comunicata per telefono, in corridoio o in un luogo di passaggio;
5. Accertarsi di avere a disposizione un tempo sufficiente per un colloquio di aiuto; in caso contrario, è meglio rimandare il colloquio e fissare un nuovo appuntamento;

6. Predisporsi interiormente al colloquio, sgombrando la mente da tutto ciò che può interferire con i bisogni comunicativi del paziente.
 
c) Iniziare
7. Accogliere il paziente, stabilire una buona relazione e chiarire le finalità del colloquio;

8. Chiedere se desidera che al colloquio assista anche una seconda persona (ad es. il coniuge, un altro familiare, un amico, ecc.) che potrebbe consentirgli di ricevere un adeguato supporto favorendo il processo comunicativo all’interno della famiglia;

9. Esplorare la conoscenza che il paziente ha dei suoi disturbi e della sua situazione clinica.

In questo modo, è possibile non solo raccogliere alcune notizie utili e correggere eventuali informazioni errate, ma anche valutare le percezioni, le aspettative e le difese del paziente così da personalizzare i successivi passi del processo comunicativo.
 
d) Informare
10. Valutare se la persona desidera essere informata e, in caso affermativo, che cosa desidera sapere;

11. Comunicare al paziente la cattiva notizia personalizzando le informazioni, ovvero:

- informare in modo onesto e graduale, valutando l’effetto di ciò che si è comunicato e ricordandosi che non è necessario dire tutto e subito a meno che il paziente non lo desideri.
 
È opportuno affrontare una questione per volta piuttosto che sovrapporre i problemi (ad esempio, chiarire le implicazioni della diagnosi prima di affrontare gli effetti collaterali dei trattamenti);
 
- usare un linguaggio chiaro, semplice e comunque appropriato per la persona, evitando termini tecnici ed inutili eufemismi;

- lasciare spazio alle domande del paziente, incoraggiandolo a chiedere chiarimenti e ad esprimere dubbi o paure;

- mantenere viva la speranza, senza dire nulla che non sia vero ma evitando, altresì, di trasmettere il messaggio che ormai non ci sia più niente da fare;

- assicurarsi che il paziente abbia chiaramente inteso ciò che gli è stato comunicato e che non abbia una percezione della situazione più drammatica di quanto sia in realtà;

- non discutere con la negazione. Se, dopo una comunicazione chiara da parte del professionista, il paziente rifiuta la realtà della malattia, è inutile insistere.

Accetterà il messaggio quando sarà in grado di farlo.
 
e) Fornire supporto
12. Facilitare il paziente ad esprimere le proprie emozioni.

Non si può evitare l’impatto negativo di una cattiva notizia, comunque essa venga data, e ciascuno reagisce in modo del tutto personale ad una tale comunicazione. Le reazioni emotive sono una parte integrante di questo tipo di colloquio e sono del tutto giustificate (a nessuno fa piacere sentirsi dire cose gravi e dolorose) e alla persona va lasciato il tempo necessario per esprimerle ed elaborarle, rispettando i suoi silenzi e le sue manifestazioni;

13. Rispondere in modo empatico alle reazioni emotive del paziente, aprendo una dimensione di ascolto e di accettazione, cercando di comprendere il suo punto di vista, i suoi vissuti e i suoi valori, evitando risposte inopportune e false rassicurazioni;

14. Aiutare la persona a ripristinare il controllo della situazione, cercando di aiutarla a chiarire le ragioni delle sue emozioni e le modalità per affrontare le paure e le preoccupazioni.
 
f) Predisporre un piano d’azione
15. Riassumere al paziente il quadro clinico lasciando spazio ad ulteriori domande;

16. Prospettare al paziente che cosa è possibile fare sulla base dei dati clinici disponibili per fronteggiare la situazione;

17. Se la diagnosi è certa, e il paziente lo desidera, discutere delle possibilità di trattamento (vantaggi e svantaggi, implicazioni, risultati attesi, ecc.); in caso contrario, rimandare la discussione a un incontro successivo.
g) Concludere
18. Riassumere quanto detto durante il colloquio bilanciando gli effetti della cattiva notizia con gli elementi di speranza;

19. Se il paziente lo richiede, lasciargli il tempo necessario per elaborare le informazioni ricevute e fissare una data per un successivo incontro nel quale discutere in modo dettagliato le condotte terapeutiche da adottare;

20. Rendersi disponibili per eventuali chiarimenti;

21. Offrire al paziente l’opportunità di usufruire fin da subito di un supporto psicologico e specialistico.
 
Quelle appena analizzate, ovviamente, sono raccomandazioni e linee guida generali. Ma, così come ogni paziente è diverso dall’altro, così ogni medico e professionista sanitario riuscirà ad interpretarle e metterle in pratica a modo suo attraverso la sua esperienza e sensibilità personale. Non c’è protocollo, linea guida, raccomandazione, suggerimento - infatti - che possa sostituire le doti umane del medico e professionista costretto, al tempo stesso, a farsi portatore di verità e di speranza per la vita del suo paziente.



Riferimenti bibliografici
1 - R  Buckman. Breaking Bad News: A Guide for Health Care Professionals. Baltimore: Johns Hopkins University Press
2 - Walter F. Baile, Robert Buckman, Renato Lenzi, Gary Glober, Estela A. Beale, Andrzej P. Kudelka, SPIKES—A Six-Step Protocol for Delivering Bad News: Application to the Patient with Cancer, The Oncologist, Volume 5, Issue 4, Pages 302–311 - doi.org/10.1634/theoncologist.5-4-302
3 - Istituto Superiore di Sanità - Manuale di valutazione della comunicazione in oncologia
4 - Bellani M.L. - La comunicazione di cattive notizie in oncologia
 
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